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Call Center, ovvero il cammino del Ministro del Lavoro nel deserto della deregulation

Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso di Call Center, normalmente nell'ambito di discorsi sulla precarietà del lavoro. La materia è entrata a far parte anche del repertorio di alcuni comici, anche se c'è ben poco da ridere. In verità, si tratta di realtà che esistono da più di un decennio e hanno subito, col tempo, diversi interventi legislativi.
All'inizio la materia era regolata dalla normativa sul lavoro autonomo, con l'obbligo, da parte del lavoratore, di aprire una partita IVA. Poi venne la legge sui Co. Co. Co. ovvero Collaboratori Coordinati e Continuativi che ebbe il merito di eliminare lo scempio della regolamentazione precedente, ma non rese meno precario il lavoro. Infatti, se il lavoratore non era più tenuto ad avere una partita IVA aperta, era comunque legato all'azienda da contratti a tempo di massimo un anno, che avevano più spesso la durata di un mese, e che potevano essere rinnovati per sempre. Tale normativa era tanto flessibile che venne applicata a moltissimi ambiti, ma ebbe la sua massima realizzazione, appunto, nelle strutture di lavoro telefonico. Il contratto conteneva esclusivamente l'indicazione del lavoro che doveva essere svolto e quella del compenso, calcolato qualche volta "ad ora", quasi sempre "a telefonata". 50 centesimi a telefonata ricevuta o a "contatto", come si dice in gergo.
Il legislatore è intervenuto poi con la legge Biagi, la quale ha introdotto i così detti "contratti a progetto". Se da un lato la nuova normativa ha avuto il merito di proporre una seppur embrionale tutela (diritto alla maternità), è risultata, altresì, peggiorativa delle condizioni precedenti, soprattutto, nella misura in cui ha vietato la reiterazione dei contratti, tipica della figura dei Co. Co. Co.

Uno degli aspetti più singolari di questo mondo è dato dall'atteggiamento dei lavoratori che, se da una parte non possono fare a meno di lamentare le incerte condizioni esistenziali a cui sono costretti, dall'altra non possono permettersi di perdere tale lavoro. A questo proposito va precisato un concetto: se all'inizio il popolo dei Call Center era costituito soprattutto da giovani al loro primo impiego, col passare del tempo e con il peggiorare della situazione occupazionale, si è notato l'ingresso di persone adulte, madri e padri di famiglia. Questo cambiamento di fisionomia del settore ha accentuato l'urgenza di miglioramento della condizione di lavoro. Non si può negare, infatti, che la flessibilità degli orari e dei salari (adatta ai giovani in attesa della laurea o di un posto di lavoro "serio") è assolutamente insopportabile per adulti gravati di una serie di responsabilità e di spese, non ultima quella di crescere un figlio. Si tratta di una generazione di trentenni e oltre che, avendo sempre lavorato senza il pagamento dei contributi, è costretto a vivere "al presente", sapendo che probabilmente non andrà mai in pensione.

Il neo Ministro del Lavoro, Cesare Damiano, alla fine di giugno ha varato una circolare, che dovrebbe garantire l'assunzione e il pagamento dei contributi per una parte dei 250.000 lavoratori del settore, portando ordine nel caos o almeno regole nel deserto della deregulation. Il pericolo, però, è che l'invito del ministro venga accolto soltanto dalle aziende legate a grandi gruppi che, per motivi anche di immagine, si stanno già movendo in questa direzione, risultando invece inefficace per le realtà più piccole, delle migliaia di aziende che offrono servizi un po' a tutti, a basso costo e con scarsa qualità.


Goran Andreević

 
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